venerdì 28 giugno 2013

Facciamoci una scuola




Variante per nuovi appartamenti in Via Cimarosa?

FACCIAMOCI INVECE UNA SCUOLA!
A dispetto delle pie intenzioni sul risparmio di suolo, l’Amministrazione Comunale continua a prevedere condominii con destinazione abitativa. Dove la finalità sociale è funzionale al rilancio del mattone, autentico vizio storico di questa città. Una seria spending review consentirà di trovare le risorse per rilanciare l’investimento pubblico. Ecco la proposta del meetup Senigallia Cinque Stelle: smettiamo di pagare affitti, due dirigenti in meno e col denaro risparmiato costruiamo la nuova Mercantini.
«Leggere i nuovi bisogni della comunità e progettare il governo del territorio in linea con le mutate e rinnovate esigenze dei cittadini del nostro comune».
«Governare il territorio a servizio delle politiche sociali di integrazione e di solidarietà verso le fasce sociali più deboli e maggiormente esposte agli effetti della crisi economica».
«Affrontare gli aspetti sociali della povertà e dell’esclusione sociale partendo anche dal problema dell’accesso alla prima casa in proprietà o in locazione in relazione al reddito disponibile».
«Potenziare l’ edilizia sociale all’interno delle politiche del welfare».
Quante belle parole, Simone, per rilanciare l’edilizia a Senigallia! Ma poi, all’atto pratico, dov’è questa lettura dei bisogni, dove questo affrontare i problemi sociali dell’accesso alla prima casa in proprietà o in affitto? Diamo solo un’occhiata a quello che si prevede nella Variantona comprendente - oltre alla sopraelevazione degli alberghi e ad altre audaci evoluzioni - anche la modifica della destinazione d’uso del “comparto excaserma dei Carabinieri in via Cimarosa”. Il luogo è un ampio spazio “intercluso” che si apre a lato del Parco della Pace. Qui era un tempo previsto che sorgessero la nuova Caserma e le abitazioni dei Carabinieri. Alcune delle abitazioni sono state costruite, la caserma no. Che fare del “vuoto” che ne risulta? Nient’altro che il vecchio ingrediente – propone il Comune: ancora condominii, ancora appartamenti.
L’occasione, se proprio non vogliamo chiamarla “la scusa”, è quella di “evitare che il vuoto lasciato dalla precedente iniziativa determini una situazione di degrado già oggi incipiente”. Che trovata irresistibile quella di associare vuoto = degrado, specialmente per un’amministrazione che ha fatto del risparmio di suolo la sua bandiera! Sembra un tic del dottor Stranamore. In quell’area ci cresce l’erba? Fatela tagliare! Il Comune manda tanti avvisi a tutela del decoro urbano!
Ma quella dello spazio che degrada se non ci si costruisce sopra somiglia più a un tic del dottor Stranamore, un callo mentale formatosi nei tempi in cui urbanistica voleva dire soprattutto ingrandire la città più che si può. In tempi di post-urbanistica ci vuole ben altro: ci vuole l’incastro ecosociale. Facciamo costruire, e permettiamo di replicare la stessa densità media di un quartiere già “densamente abitato”; però – è questa l’ideona che fornisce la più irresistibile delle giustificazioni – il 50% in edilizia convenzionata. “Tale dispositivo”, piega l’estensore della Variante, “persegue l’obiettivo generale del PRG di recuperare quote di edilizia residenziale pubblica attraverso ogni dispositivo di urbanizzazione”.
Ah sì? L’assessore di Venezia che era intervenuto a uno dei convegni delle Nuove Energie Urbane aveva spiegato la faccenda un po’ più chiaramente in relazione agli scopi: quando l’edilizia è ferma e i prezzi sono troppo alti, occorre intervenire per abbassare i costi del terreno e quelli della costruzione in modo da offrire un prodotto commisurato a questi tempi di crisi. E cosa c’è di meglio che appoggiarli sulle spalle dell’edilizia pubblica?
La ricetta, in sostanza, è sempre quella: è fatica smacchiare i gattopardi! E’ per queste espresse ragioni e ragionevoli previsioni che il meetup Senigallia 5 Stelle dichiara al sua contrarietà a questo modo di operare e annuncia fin d’ora che presenterà osservazioni alla Variante perché l’attuale destinazione venga mantenuta, estendendola però alla possibilità di accogliere una scuola al posto dell’abortita caserma.
Da quanto tempo si parla della necessità di costituire un “Polo Didattico Senigallia Nord”? Questo è il momento e questo il luogo. Il vuoto che dispiace tanto all’estensore della Variante può essere riscattato non solo dal degrado dell’erba, ma anche da quello della nuova edilizia, accogliendo la nuova Mercantini. Proponiamo questo nella piena consapevolezza di quanto sia controcorrente rilanciare la spesa comunale in tempo di crisi; perché subito ci si chiederebbe: con quali soldi, please? Ve lo diciamo subito noi con quali soldi.  Per l’affitto della Mercantini il Comune paga 130.000 euro all’anno; aggiungiamo a questa somma quella che spende per la manutenzione di un edificio come quello del Seminario, costruito alla fine degli anni cinquanta; mettiamoci adesso il corrispettivo di due dirigenti in meno, ed ecco trovati i soldi: in dieci anni la scuola è pagata, e per giunta senza uscire di un pelo dal patto di stabilità.
Da una simile previsione scaturirebbero messaggi importanti: una nuova, e  meno adulterabile finalità sociale, una vera riqualificazione della spesa comunale, uno schiaffo alla crisi e alla passività, un’intera città che si risolleva coltivando un progetto che appartiene a tutti. Sarebbe guardare con maggiore fiducia al futuro, senza attendere passivamente che ci caschi addosso. Noi delle cinque stelle ve l’abbiamo detto. Approfittatene, prima che arriviamo.



IL MEETUP DEL SINDACO AL CATERRADUNO

Letterina al Sindaco  
Caro Sindy,                   
la campionatura dei personaggi esibita ieri nella giornata “politica” del Caterraduno ha scarsamente assistito la solerte intervistatrice e svaporato per mancanza di confronto perfino la presenza di un fine politologo come Ilvo Diamanti; ha però portato alla luce quello che sembra essere, ad oggi, qualcosa di più di una semplice aspirazione.
Ti piacerebbe, vero, che fosse un Antonio De Vitto il tuo avversario cinquestelle alle prossime elezioni amministrative? L’idea che si possa scegliere l’avversario ritenuto più controllabile, o addomesticabile, non è nemmeno tanto originale, ma funziona sempre, perché sempre si trova qualcuno che si presta al gioco. Ché se non sei stato tu a convocarlo sul palco, tocca dire che quelli del Caterraduno hanno avuto buon naso nel chiamare l’uomo che meno ti poteva contrastare: fino ad oggi non ha fatto altro se non dichiarare (ad es. il 16 marzo 2013) che “in fondo la città di Senigallia non è poi amministrata così male”!
Ecco perché tra noi usiamo dire che a Senigallia ci sono due meetup: il “Meetup del Sindaco” e “il Meetup dei Cittadini”.
Sarà dura, però, che l’operazione riesca, perché quello che si presta l’hai bruciato tu, Sindy, con le tue stesse mani: non sapevi i “grillini” non partecipano ai talk-show, se non a rischio di essere mandati via?
Se è stata una svista siamo pronti a scusarti; del resto questi giorni per te sono davvero faticosi: hai fatto da matti, su e giù per la complanare in groppa al sidecar,  che poi lo sapevi che non ci si può andare (perché quella è una pista ciclabile, non è così? la più bella pista ciclabile che sia mai stata fatta a Senigallia)!
In quanto all’uomo-che-si-presta a farti da sparring partner, dev’essere che la vanità ha avuto il sopravvento; perché certo lui - capo indiscusso e organizer padrone del Meetup del Sindaco – non ignora che i cinquestelle non vanno a parlare alla RAI.
In quanto poi ai contenuti dell’esibizione, non possiamo che apprezzare la parsimonia dei pensieri del tuo oppositore preferito (ha detto solo che “ascolterà i cittadini”, un po’ pochino anche per l’intervistatrice!): talmente scarsi e inconsistenti da lasciare a ogni altro cittadino più o meno stelluto un ampio campo di investigazioni per un futuro possibile di questa città.  
Un solo dubbio resta, sul quale ti preghiamo della tua opinione: i voti che ti farà guadagnare quel signore lì saranno più o meno di quelli che farà perdere a noi usando il contrassegno delle cinque stelle che - se così vogliamo dire - culturalmente non gli appartiene? Oppure ci guadagneremo noi a lasciartelo in custodia?

Senigallia 5 Stelle

Cittadini punto e basta

giovedì 27 giugno 2013

il mattinale   giovedì 27 giugno

   
IL "MEETUP DEL SINDACO" AL CATERRADUNO
Letterina al Sindaco sull'insostenibile leggerezza dell'essere   

Caro Sindy,
                          la campionatura dei personaggi esibita ieri nella giornata “politica” del Caterraduno ha scarsamente assistito la solerte intervistatrice e svaporato per mancanza di un confronto perfino la presenza di un fine politologo come Ilvo Diamanti; ha però portato alla luce quello che sembra sia, ad oggi, qualcosa di più di una semplice aspirazione.
Ti piacerebbe, vero, che fosse un essere come Antonio De Vitto il tuo avversario cinquestelle alle prossime elezioni amministrative? L’idea che si possa scegliere l’avversario ritenuto più controllabile, o addomesticabile, non è nemmeno tanto originale, ma funziona sempre, perché sempre si trova qualcuno che si presta al gioco. Ché se non sei stato tu a convocarlo sul palco, tocca dire che quelli del Caterraduno hanno avuto buon naso nel chiamare l’uomo che meno ti poteva contrastare: fino ad oggi non ha fatto altro se non dichiarare (ad es. il 16 marzo 2013) che “in fondo la città di Senigallia non è poi amministrata così male”!
Ecco perché tra noi usiamo dire che a Senigallia ci sono due meetup: il “Meetup del Sindaco” e “il Meetup dei Cittadini”.
Sarà dura, però, che l’operazione riesca, perché quello che si presta l’hai bruciato tu, Sindy, con le tue stesse mani: non sapevi i “grillini” non partecipano ai talk-show, se non a rischio di essere mandati via?
Se è stata una svista siamo pronti a scusarti; del resto questi giorni per te sono davvero faticosi: hai fatto da matti, su e giù per la complanare in groppa al sidecar,  che poi lo sapevi che non ci si può andare (perché quella è una pista ciclabile, non è così? la più bella pista ciclabile che sia mai stata fatta a Senigallia)!
In quanto all’uomo-che-si-presta a farti da sparring partner, dev’essere che la vanità ha avuto il sopravvento; perché certo lui - capo indiscusso e organizer padrone del Meetup del Sindaco – non ha il diritto di ignorare che i cinquestelle non vanno a parlare alla RAI.
In quanto poi ai contenuti dell’esibizione, non possiamo che apprezzare la parsimonia dei pensieri del tuo oppositore preferito (ha detto solo che “ascolterà i cittadini”, un po’ pochino anche per l’intervistatrice!): talmente scarsi e inconsistenti da lasciare a ogni altro cittadino più o meno stelluto un ampio campo di investigazioni per un futuro possibile di questa città. 

Un solo dubbio resta, sul quale ti preghiamo della tua opinione: i voti che ti farà guadagnare quel signore lì saranno più o meno di quelli che farà perdere al movimento  usando il contrassegno delle cinque stelle (che - se così vogliamo dire - culturalmente non gli appartiene)? Oppure ci guadagneremo noi a lasciartelo in custodia?

mercoledì 26 giugno 2013

Quello che pensiamo sull'acquisto degli F35 guardatee ascoltate.

il mattinale    mercoledì 25 giugno


todos caballeros

evo/invo/luzione della Bandiera Blu:
una volta segnalava i comuni migliori
per servizi e qualità balneare;
adesso invece ce l'hanno tutti 
e balzano all'occhio solo 
i pochi comuni che non ce l'hanno.
ci siamo tutti livellati in alto?
o non sarebbe meglio forse 
alzare il tiro e creare una bandiera 
un tantino più blu?








lunedì 24 giugno 2013

Il posto dei tulipani neri

Un contributo sull'ICI "dovuta, non denunciata e non versata" relativa alle aree pertinenziali edificabili

Un tulipano neroDunque, il comune perde circa la metà dei ricorsi contro gli accertamenti riguardanti l’imposta ICI “dovuta, non denunciata e non versata” relativa alle aree pertinenziali edificabili. Ricorrono e vincono in prevalenza i pezzi grossi (leggi: i Lanari), o le imprese rilevanti (leggi: SIRA, società che gestisce il Ritz); non la gente semplice che ha una piccola casa con giardino1.
La quale gente in realtà non ci pensa nemmeno a fare ricorso, perché tante sono le difficoltà che dovrebbe affrontare, tra spese, perdita dello sconto al 50% riservato a chi aderisce all’accertamento2, interessi maturati e pagamento dei legali. Non è detto, perciò, che, mancando il ricorso, ci sia riconoscimento della pretesa impositiva e non invece, pantografata, quella metà dei casi in cui il torto del Comune si è palesato a seguito delle sentenze della Commissione Tributaria Provinciale.
Sarebbe proprio ora che l’Amministrazione Comunale cominciasse a rivedere il fondamento degli accertamenti che manda, a partire da dove la vicenda è cominciata.
E la vicenda è cominciata nel 2009, quando una sentenza della Cassazione affermò che, ai fini ICI, andava considerata “parte integrante del fabbricato l’area occupata dalla costruzione, e quell’area che, per espressa dichiarazione del soggetto passivodell’imposta […] ne costituisce pertinenza”3.
E già fin da allora non sarebbe dovuta mancare un’obiezione: in che forma si sarebbe prodotta questa autocertificazione, se nemmeno il Comune l’aveva mai previstanei suoi formulari? Una prassi in realtà era invalsa, ed era quella che veniva praticata e accettata da entrambe le parti: se casa e terra si trovavano in particelle catastali diverse ma contigue, una graffa sul confine tra i due perimetri bastava a certificare la pertinenzialità di un’area rispetto all’altra; se la particella era unica, il problema nemmeno si poneva: era pertinenza e basta. “Indipendentemente dalla previsione fatta dagli strumenti urbanistici”4, certo.
Del resto nessun commercialista – della cui professionalità si serve molta parte dei contribuenti – ricevette mai comunicazione pubblica del fatto che fosse necessaria un’autodichiarazione di pertinenzialità; di modo che i clienti non si possono  nemmeno rivalere su di loro per avere ricevuto un cattivo servizio.
Soltanto dopo il 2009, che è la data di quella sentenza, il Comune di Senigallia(come molti altri in Italia, ma non tutti) si accorge che i proprietari pagavano l’ICI come pertinenza della loro casa senza avere fornito espressa dichiarazione di pertinenzialità; ed è su questo appoggio tardivo e malignamente formale – la mancanza di un’espressa dichiarazione – che gli esattori comunali hanno fondato la gran quantità di accertamenti volti a riscuotere il pregresso fin dove lo si può riscuotere, ossia fino a cinque anni indietro. Erano somme pesantissime, capaci di ridurre i tanti piccoli proprietari di una casetta con giardino alla disperazione.
Infatti, molte di quelle aree che i proprietari e lo stesso Comune avevano considerato nei trent’anni che precedettero il 2009 come “pertinenti l’abitazione principale”, si trovavano adesso a dover pagare un’imposta corrispondente alla destinazione che il Piano Regolatore aveva loro assegnato, edificabile in gran parte dei casi; con l’aggravamento che il pagamento doveva partire da cinque anni prima, massimo consentito per riscuotere le somme non corrisposte.
Adesso penso alla casa di Giorgio, che si trova sul lungomare di Ponente: questa casetta ha il torto di essere piccola, e il suo giardino grande in proporzione, e per di più edificabile. Prima che fosse approvato il primo piano regolatore, quella casa era abitata da sua madre e prima ancora da suo nonno. Era del tipo delle casette costruite al tempo del fascio dirimpetto al mare. E non era stato certo lui a chiedere l’edificabilità di quell’area, né che quella parte del lungomare cadesse sotto l’occhio dei pianificatori. Si batté, anzi, con la sua associazione di naturalisti, per difendere il Lungomare di Ponente dalle eccessive costruzioni; e, per quanto lo riguardava, mantenne in modo durevole e coerente il pezzetto di terra a giardino, resistendo a più di un tentativo da parte di proprietari confinanti di convincerlo a costruire. In quel giardino arruffato di piante della duna costiera, Giorgio ha selezionato il tulipano nero PS95/1, dopo lunghi anni di lavoro.
Giorgio vive oggi di una piccola pensione: ecco perché, non potendo in nessun modo far fronte all’esazione dei riscossori comunali, perso per perso, ha preferito affrontare il ricorso. Ma con buona convinzione che gli fosse riconosciuta la ragione. L’esito, però, pubblicato nel novembre dell’anno scorso, è stato solo quello di sentirsi ripetere, stavolta nel corpo della sentenza del Consiglio Tributario Provinciale, che “l’elemento essenziale che permette di determinare se un’area deve essere considerata o meno pertinenza è la dichiarazione fatta dal soggetto passivo al momento della denuncia, indipendentemente dalla previsione degli strumenti urbanistici – questo secondo la ormai citatissima sentenza della Cassazione – ; con la precisazione aggiuntiva che “se l’area non è evidenziata come pertinenza dalla denuncia, come nel caso in questione, allora questa dovrà essere valutata in base alle previsioni del piano urbanistico adottato dalla Giunta comunale che, in questa situazione, ne ha sancito l’edificabilità”5. In altre parole il ricorso è respinto e lui deve pagare ogni anno come se avesse costruito un albergo. Più cinque anni di arretrati.
Ora io non mi sogno di controdedurre gli argomenti dei giudici, verso i quali osservo tutto il rispetto che loro si deve; desidero però sostenere le ragioni di un amico (e di tante altre persone che non conosco ma che si trovano nella stessa situazione) contro una perversa connessione di norme forzate e di poteri autocratici che oggi non lasciano scampo al cittadino che incappa nella loro rete.
A me pare infatti che non possa essere considerato “giusto” un sistema impositivo che costringe il contribuente a rinunciare al possesso di una piccola abitazione con giardino – un bene primario in ogni caso – in nome di un superiore bene comune quale sarebbe quello rappresentato dagli opportunismi interpretativi e ricattatori dei riscossori pubblici. E dunque mi chiedo: è forse a causa del bene comune che Giorgio probabilmente si troverà costretto a cedere ai costruttori il giardino che ha sempre mantenuto non edificato, e questo al solo scopo di coprire il debito che ha dovuto fare per pagare l’enorme supplemento di ICI per il quinquennio 2005-2009, supplemento che gli è stato richiesto in base a interpretazioni sopraggiunte a posteriori? Chiedere che la destinazione dell’area venga trasformata con variante in “verde privato”? Questo varrà per l’IMU, ma come le paga tutte quelle ICI pregresse che gli anno imputato? Coi tulipani neri?
Un’ulteriore domanda: se viene punita coi recuperi forzosi una supposta negligenza da parte di Giorgio (ma perché avrebbe dovuto sapere lui dell’autocertificazione necessaria se il Comune non ne sapeva niente e la stessa Cassazione ci arrivò soltanto nel 2009?), non si dovrebbe coerentemente imputare una negligenza ancora maggiore all’ente riscossore, che per decenni  accettò per buona la sua dichiarazione senza muovere alcun rilievo? Questa loro negligenza quanto sarà costata nel tempo all’erario comunale?
In ogni modo si sarebbe disposti anche ad assolverli, se solo quei signori riuscissero ad ammettere che tanta recrudescenza, sul cittadino Giorgio e su altri che si trovano nella stessa situazione, non sia stata la conseguenza di una linea di condotta coerente e continuativa nella politica comunale, della quale lo stesso contribuente si sarebbe potuto valere; ma – qui sta la menzogna dell’intera operazione – questa esazione l’hanno raccolta alla fiera delle occasioni, dove si spillano soldi facendo ballare l’orso.


1) Per un’informazione generale sull’andamento dei ricorsi alla Commissione Tributaria Provinciale su questa materia si veda il Corriere Adriatico del 28 maggio 2013, Disfatta ICI e TARSU, il Comune perde otto ricorsi.
2) Già, ma come fa un’amministrazione seria ad abbonarti il 50% del dovuto a patto che tu accetti la sua proposta di conciliazione? Non dimostra una gran sicurezza di poter riscuotere, né troppa certezza che non ci saranno ricorsi vincenti…
3) Cassazione, sentenza n. 19638/2009.
4) La formula è contenuta nel “Diritto” che motiva la sentenza di cui alla nota 5.
5) Commissione Tributaria Provinciale di Ancona, sentenza 314/1/12.

domenica 23 giugno 2013

Analisi e riflessione

C’è un problema che unisce gli anziani, che hanno nostalgia del passato e lo dipingono come fosse l’età dell’oro, e i giovani, che pensano di avere davanti il nulla: la mancanza di spazi e di orizzonti.
Cinquant’anni fa, se eri un povero contadino pensavi che esisteva una via di fuga dalla miseria: la prospettiva di emigrare. Oggi non sentiamo più lo spazio delle possibilità. Penso al significato che hanno avuto negli anni Settanta due fenomeni: il raddoppiare delle piccole imprese e le centinaia di migliaia di persone che hanno aperto una piccola attività in proprio: dai negozi alle società di consulenza, fino alle pensioni a gestione familiare della Riviera adriatica. Anche l’operaio che faceva il secondo lavoro nel fine settimana trovò il coraggio per mettersi in proprio.
Erano persone modeste e non amavano il rischio, ma sentirono un grande spazio di crescita davanti a loro e, alla fine, si ritrovarono non dico ricchi, ma certamente agiati, non ci fu però un allargamento solo dello spazio economico, ma anche di quello sociale: con il divorzio e l’aborto mutò la società, infatti c’era lo spazio per cambiare marito, moglie, per farsi una nuova famiglia e quello di decidere quando fare un figlio.
Non sono stati soltanto terrorismo, soltanto la “notte della Repubblica”, ma anche un grande cambiamento economico e sociale che non ha avuto cantori, che non è stato riconosciuto come patrimonio comune.
La prima guerra mondiale non ci ha lasciato solo i 700.000 ragazzi caduti sull’Isonzo, ma i canti degli alpini, una retorica fortissima che ha fatto la sua ricomparsa anche in epoca resistenziale e ha lasciato una traccia profonda nella nostra società. Anche il fascismo è stato un orizzonte di senso e uno spazio, con la sua propaganda sulle nuove colonie e sulla formazione di un sentimento antioccidentale. Gli anni del nostro cambiamento, invece, sono cantati solo dalla nostalgia degli anziani. Nessuno ne ha fatto narrazione, per cui l’unica voce è la nostalgia per ciò che è stato.
Nel rapporto Censis del 1971 parlava per la prima volta di economia “sommersa”, stimava che c’erano oltre 4 milioni di spezzoni di lavoro che non venivano catalogati da nessuna parte, erano secondi lavori: muratori, idraulici, meccanici, ristoratori. Esisteva un campione immenso di variabili: il capo del personale dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici di Roma, mi confidò allora che i secondi lavori erano la sua rovina, poiché impedivano qualunque razionalizzazione o cambio turno. “Pensi” mi disse “che l’altro giorno ho chiesto a un vecchio autista di passare al servizio serale: pensavo fosse una mansione più leggera e meno stressante, visto che c’è meno traffico. Ma lui mi ha scongiurato di non farlo, spiegandomi che gestiva i ‘fuochetti’ sulla strada a Tor di Quinto. Aveva ricevuto l’incarico da dodici prostitute di tenere accesi i fuochi a cui si scaldavano durante la notte, mentre aspettavano i clienti.” 
Nell' analisi del 1974 gli stracci di Prato, gli scarpai di Fermo e delle Marche, i piastrellisti di Sassuolo, i conciatori di San Miniato e Santa Croce all’Arno, il distretto delle scarpe da montagna e degli sci di Montebelluna.
Tutto questo è stata la spinta propulsiva dell'Italia , ci ha portato ad essere la 5° potenza al mondo.
La spinta propulsiva del nostro Paese è durata quarant’anni, dal 1950 al 1990, abbiamo iniziato a renderci conto del rallentamento, della fine di questa grande corsa cominciata con la ricostruzione del dopoguerra, solo alla fine di quel decennio, allo scoccare del nuovo millennio. Si è trattato di fenomeni collettivi e individuali insieme, perché soddisfacevano i bisogni dei singoli ma, nel contempo, facevano parte di processi sociali di massa.
Negli anni Novanta si fa strada una nuova filosofia di vita che celebra l’idea di tornare ad abitare nei piccoli paesi del Centro Italia: ordinati, sicuri, puliti, protetti, con una maggiore qualità del cibo, dell’aria e della vita. Ma è anche il ritorno allo spazio piccolo e stretto, è una chiusura degli orizzonti, una fuga dalle contaminazioni, e questo è il segnale della crisi, il ritorno al paese sembrava una cosa bella e romantica, invece adesso sembra triste perché ci parla di una società che si è ritirata.
Come possono vivere i più giovani in un Paese che ha smesso di crescere?
Probabilmente abbiamo toccato il punto più basso, siamo in una fase di adattamento e abbiamo smesso di cadere, anche perché peggio di così, in termini di cultura collettiva, mi sembra difficile andare. Siamo entrati in una fase in cui il ciclo dell’individualismo estremo si sta esaurendo, per cui avremo qualche anno senza nuove spinte ma anche senza passi indietro.
Il primato dell’Io non convince più, e il concetto di libertà individuale è stato degradato, ridotto alla soddisfazione di ogni pulsione in modo sregolato. Non è pensabile che tutto sia tuo: il lavoro, il tempo libero, le vacanze, il corpo, il peccato; che tutto sia soggettivo e mai visto in rapporto agli altri. Questo ciclo, che ha avuto come messaggio politico lo slogan “Arricchitevi e fate quello che volete”, è consumato e sta per finire. Nei prossimi cinque anni cercheremo nuovi spazi, torneremo a sentire che la speranza è anche un fenomeno collettivo, ma non penso che le cose si ripresenteranno con le forme del passato, penso piuttosto che assisteremo a nuovi scenari: nuovi modi di fare squadra, di collaborare per fare sistema. Se ne vedono le tracce nelle alleanze strette da piccoli comuni, che si mettono in rete per condividere i servizi, o nell’associazionismo di categoria, che ha smesso di frammentarsi e cerca nuove forme di unità. Ma cosa sta succedendo oggi davvero non lo sappiamo, forse lo vedremo con chiarezza tra quarant’anni, e sarà il mondo dei miei nipoti, sarà il futuro che saremo stati capaci di costruirgli.