mercoledì 28 agosto 2013

il mattinale  mercoledì 28 agosto


Le Marche fanalino di coda per competitività
I LIMITI DI SEMPRE

di Mariangela Paradisi, dal  Corriere Adriatico di oggi
Si sapeva, e dunque è solo una conferma. Che le Marche fossero il fanalino di coda delle regioni italiane del Centro-Nord, per competitività, intendo, - quelle del Sud fanno storia a sé. Su 262 regioni dell’Europa a 27, le Marche si piazzano al 177° posto. È quanto ci fa sapere la Commissione Europea. Si sapeva per chi lo voleva vedere, ovviamente. Non i politici e i pubblici amministratori, dunque.
Vero, l’indice di cui si parla è composto da indicatori di contesto anche non strettamente riguardanti l’attività delle imprese. Ma la sostanza non cambia. Le Marche manifatturiere – “le più manifatturiere d’Europa”, come si insiste a ripetere – scontano i limiti di sempre: eccesso di imprese piccole e di lavoro manifatturiero relativamente improduttivo e, dunque, valore aggiunto insufficiente a  sostenere il peso della politica. Del resto, il Pil regionale arranca nella più incosciente miopia della politica.
Che fare, dunque? Innanzitutto non ripetere gli errori del passato. Se infatti possiamo infischiarcene della regione olandese di Utrecht prima in graduatoria: il nostro sistema produttivo non è in competizione con loro, ma mangiare la polvere di regioni italiane che generano Pil grazie a imprese dirette concorrenti delle nostre non è certo incoraggiante quando si spera di ricominciare a vendere. Mi riferisco al Veneto (158° posto), Toscana (160°) e Umbria (167°). E che dire delle regioni dei paesi dell’est verso le quali l’Europa ha portato le proprie competenze e che ora sono in grado di competere con noi, la regione polacca della Slesia, per esempio? Si chiama “teoria del ciclo del prodotto” in economia, e illustra la naturale evoluzione – prevista e prevedibile – della composizione degli scambi internazionali. Mi pare che ai nostri pubblici amministratori risulti ostica, la teoria.
L’Europa, del resto, pare non interessi i nostri policy maker. Le nostre imprese sono state (so)spinte – poche, perché molte non ne hanno convenienza – ad esportare in Cina, Brasile, Russia, paesi a più basso reddito pro-capite dove gli acquirenti sono meno esigenti, di fatto disincentivando l’innovazione della produzione e dell’organizzazione d’impresa. Dunque, primo punto: la vogliamo riscoprire, questa Europa? Vogliamo spingere le imprese verso paesi e mercati più simili al nostro, che stimolino la loro capacità di competere?
Secondo punto. La politica industriale regionale è sempre stata caratterizzata da stratificazioni successive –a buccia di cipolla, verrebbe da dire – di interventi che sempre aggiungevano, e mai toglievano snellendo il sistema e consentendo il suo fisiologico rinnovamento. Dalle inutili partecipate che hanno tolto spazio all’iniziativa privata nel settore dei servizi: Cosmob, Meccano, Svim, tanto per citarne alcune, alle leggi di finanziamento a pioggia anche per le imprese cui sarebbe stato meglio staccare la spina: Sabatini, Artigiancassa, fino alla famigerata Legge Bersani sui distretti, ridotti a bacini di consenso elettorale.
E ora? Ora, aggiungendo altra buccia alla cipolla, ecco la proposta per una “Piattaforma fisica”  di ricerca per gli elettrodomestici: idea quanto di più obsoleta, distorsiva, improvvida, dilapidatoria di risorse pubbliche, che potesse venire in mente. E si potrebbe continuare.

Un serio impegno a migliorare le condizioni ambientali e istituzionali in cui le imprese operano non sarebbe meglio? Una bella piattaforma fisica per la riforma della burocrazia e della politica, per esempio. Perché anche se si sapeva che siamo ultimi, l’amaro in bocca c’è lo stesso: il “saper fare” delle Marche non è di certo secondo a nessuno”.