domenica 23 giugno 2013

Analisi e riflessione

C’è un problema che unisce gli anziani, che hanno nostalgia del passato e lo dipingono come fosse l’età dell’oro, e i giovani, che pensano di avere davanti il nulla: la mancanza di spazi e di orizzonti.
Cinquant’anni fa, se eri un povero contadino pensavi che esisteva una via di fuga dalla miseria: la prospettiva di emigrare. Oggi non sentiamo più lo spazio delle possibilità. Penso al significato che hanno avuto negli anni Settanta due fenomeni: il raddoppiare delle piccole imprese e le centinaia di migliaia di persone che hanno aperto una piccola attività in proprio: dai negozi alle società di consulenza, fino alle pensioni a gestione familiare della Riviera adriatica. Anche l’operaio che faceva il secondo lavoro nel fine settimana trovò il coraggio per mettersi in proprio.
Erano persone modeste e non amavano il rischio, ma sentirono un grande spazio di crescita davanti a loro e, alla fine, si ritrovarono non dico ricchi, ma certamente agiati, non ci fu però un allargamento solo dello spazio economico, ma anche di quello sociale: con il divorzio e l’aborto mutò la società, infatti c’era lo spazio per cambiare marito, moglie, per farsi una nuova famiglia e quello di decidere quando fare un figlio.
Non sono stati soltanto terrorismo, soltanto la “notte della Repubblica”, ma anche un grande cambiamento economico e sociale che non ha avuto cantori, che non è stato riconosciuto come patrimonio comune.
La prima guerra mondiale non ci ha lasciato solo i 700.000 ragazzi caduti sull’Isonzo, ma i canti degli alpini, una retorica fortissima che ha fatto la sua ricomparsa anche in epoca resistenziale e ha lasciato una traccia profonda nella nostra società. Anche il fascismo è stato un orizzonte di senso e uno spazio, con la sua propaganda sulle nuove colonie e sulla formazione di un sentimento antioccidentale. Gli anni del nostro cambiamento, invece, sono cantati solo dalla nostalgia degli anziani. Nessuno ne ha fatto narrazione, per cui l’unica voce è la nostalgia per ciò che è stato.
Nel rapporto Censis del 1971 parlava per la prima volta di economia “sommersa”, stimava che c’erano oltre 4 milioni di spezzoni di lavoro che non venivano catalogati da nessuna parte, erano secondi lavori: muratori, idraulici, meccanici, ristoratori. Esisteva un campione immenso di variabili: il capo del personale dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici di Roma, mi confidò allora che i secondi lavori erano la sua rovina, poiché impedivano qualunque razionalizzazione o cambio turno. “Pensi” mi disse “che l’altro giorno ho chiesto a un vecchio autista di passare al servizio serale: pensavo fosse una mansione più leggera e meno stressante, visto che c’è meno traffico. Ma lui mi ha scongiurato di non farlo, spiegandomi che gestiva i ‘fuochetti’ sulla strada a Tor di Quinto. Aveva ricevuto l’incarico da dodici prostitute di tenere accesi i fuochi a cui si scaldavano durante la notte, mentre aspettavano i clienti.” 
Nell' analisi del 1974 gli stracci di Prato, gli scarpai di Fermo e delle Marche, i piastrellisti di Sassuolo, i conciatori di San Miniato e Santa Croce all’Arno, il distretto delle scarpe da montagna e degli sci di Montebelluna.
Tutto questo è stata la spinta propulsiva dell'Italia , ci ha portato ad essere la 5° potenza al mondo.
La spinta propulsiva del nostro Paese è durata quarant’anni, dal 1950 al 1990, abbiamo iniziato a renderci conto del rallentamento, della fine di questa grande corsa cominciata con la ricostruzione del dopoguerra, solo alla fine di quel decennio, allo scoccare del nuovo millennio. Si è trattato di fenomeni collettivi e individuali insieme, perché soddisfacevano i bisogni dei singoli ma, nel contempo, facevano parte di processi sociali di massa.
Negli anni Novanta si fa strada una nuova filosofia di vita che celebra l’idea di tornare ad abitare nei piccoli paesi del Centro Italia: ordinati, sicuri, puliti, protetti, con una maggiore qualità del cibo, dell’aria e della vita. Ma è anche il ritorno allo spazio piccolo e stretto, è una chiusura degli orizzonti, una fuga dalle contaminazioni, e questo è il segnale della crisi, il ritorno al paese sembrava una cosa bella e romantica, invece adesso sembra triste perché ci parla di una società che si è ritirata.
Come possono vivere i più giovani in un Paese che ha smesso di crescere?
Probabilmente abbiamo toccato il punto più basso, siamo in una fase di adattamento e abbiamo smesso di cadere, anche perché peggio di così, in termini di cultura collettiva, mi sembra difficile andare. Siamo entrati in una fase in cui il ciclo dell’individualismo estremo si sta esaurendo, per cui avremo qualche anno senza nuove spinte ma anche senza passi indietro.
Il primato dell’Io non convince più, e il concetto di libertà individuale è stato degradato, ridotto alla soddisfazione di ogni pulsione in modo sregolato. Non è pensabile che tutto sia tuo: il lavoro, il tempo libero, le vacanze, il corpo, il peccato; che tutto sia soggettivo e mai visto in rapporto agli altri. Questo ciclo, che ha avuto come messaggio politico lo slogan “Arricchitevi e fate quello che volete”, è consumato e sta per finire. Nei prossimi cinque anni cercheremo nuovi spazi, torneremo a sentire che la speranza è anche un fenomeno collettivo, ma non penso che le cose si ripresenteranno con le forme del passato, penso piuttosto che assisteremo a nuovi scenari: nuovi modi di fare squadra, di collaborare per fare sistema. Se ne vedono le tracce nelle alleanze strette da piccoli comuni, che si mettono in rete per condividere i servizi, o nell’associazionismo di categoria, che ha smesso di frammentarsi e cerca nuove forme di unità. Ma cosa sta succedendo oggi davvero non lo sappiamo, forse lo vedremo con chiarezza tra quarant’anni, e sarà il mondo dei miei nipoti, sarà il futuro che saremo stati capaci di costruirgli.